È necessario vivere, bisogna scrivere
― Baustelle, Baudelaire
E quindi alla fine ho aperto un blog.
E adesso devo spiegarlo, scriverne un breve manifesto. A chi legge, perché vivo nella costante angoscia di essere incompresa e giudicata. A chi scrive, perché sottopongo i miei desideri ad uno scrutinio tale che non riesco a fare nulla per soddisfarli senza prima arringare a loro favore verso me stessa. Funziono così. Non so cosa questo dica di me, probabilmente qualcosa già annotato sulla mia diagnosi psichiatrica. Riesco invece ad immaginare cosa questo dica del blog che io sto scrivendo.
Ma quantomeno questa volta, le motivazioni dietro le mie azioni mi sembrano banali, autoevidenti:
Mi piace scrivere.
Mi piace davvero tanto scrivere.
Poche attività mi assorbono completamente quanto la scrittura. Quasi nient’altro nella mia vita mi suscita lo stesso entusiasmo di avere una bella idea da trasporre in scrittura, che sia una riflessione interessante, una frase particolarmente ad effetto o anche solo trovare l’esatta parola che stavo cercando per esprimere un concetto. Quasi nient’altro mi fa sentire viva quanto scrivere, in un periodo storico in cui sentirsi vive, soprattutto in età adulta, è progressivamente sempre più difficile.
Mi piace scrivere perché sono capace di scrivere. Perché mi piace quello che scrivo. Perché scrivere è l’unico talento che mi riconosco, o quantomeno l’unico che io consideri davvero degno di nota (anche se, a dirla tutta, me la cavicchio ai fornelli).
Mi piace scrivere perché è l’unico linguaggio dell’arte che parlo davvero, e ho una profonda ammirazione per le artiste. Perché per troppo tempo la mia immagine è stata contraddistinta solo dalla sua capacità logica e dalla sua goffaggine, come un automa freddo e sgraziato da cui è persino fuori luogo aspettarsi espressione artistica, finché io stessa non ho finito per percepirmi in questo modo. Perché in realtà sono animata dentro da una traboccante energia creativa, ma la sua intensità è seconda solo alla mia assoluta incapacità di darle alcuno sbocco e alla frustrazione che ne consegue. Non so ballare, non so cantare, non so disegnare, non so suonare, non so costruire. Le mie mani, il mio corpo, la mia voce non sembrano in grado di alcuna raffinatezza estetica. Però so scrivere, e mi piace scrivere, perché mi piacciono il mio vocabolario ampio, il mio eccesso di metafore, la mia sintassi complicata, le mie teorie bizzarre.
Mi piace scrivere perché è l’unico modo in cui io riesco a creare qualcosa di bello, ed ad allontanare il timore che dentro di me, di bello, artistico, creativo, speciale, non vi sia davvero nulla.
Mi piace scrivere perché fatico a esprimermi in altro modo. Perché in ogni altro frangente, pare che nessuno mi capisca o meglio, che non riesca mai a spiegarmi. Perché tutto ciò che dico sembra dover essere sempre seguito da un farragginoso ed estenuante chiarimento.
Mi piace scrivere perché mi piace parlare, ma parlare mi è difficile, perché divago, non trovo le parole, smarrisco il filo, mi faccio travolgere dalle emozioni, non riesco a smettere. Fatico ad abitare lo spazio comune della conversazione. Quando finalmente concludo un discorso, non ritrovo mai al suo interno il pensiero e i sentimenti intrappolati nella mia testa a cui avrebbe dovuto dare forma.
Mi piace scrivere perché ho il costante timore di non essere compresa, non essere ascoltata, non essere creduta, e per evitarlo cerco di esprimermi con una precisione assoluta che non riesco a riaggiungere altrimenti. Mi piace scrivere perché quando scrivo, ho tutto lo spazio e il tempo di spiegarmi nei più minimi dettagli, di integrare tutti gli argomenti rilevanti, scegliere con esattezza le parole, la sintassi, il ritmo, la connessione tra una frase e l’altra, metterli in ordine.
Mi piace scrivere perché non riesco ad arrendermi all’inadeguatezza sistemica del linguaggio di fronte all’esperienza umana, e quando scrivo posso coltivare la fantasia, per un solo momento, di eluderla, di abbattere la barriera che erige tra me e le altre. Perché come nel sesso e negli psichedelici (lo so, son gusti), rivedo nella scrittura la forma ultima di comunione.
Mi piace scrivere perché solo quando scrivo sento di riuscire davvero a trasmettere ciò che sono.
Mi piace scrivere perché ad altre persone piace quello che scrivo, piace come scrivo. Mi piace scrivere perché ho bisogno di costante validazione e riconoscimento dell’Altro, e non so bene come ottenerlo altrimenti.
Mi piace scrivere perché i complimenti che ricevo su quello che scrivo sono tra i rari a cui riesco a credere davvero, senza derubricarli ad atti di cortesia o esagerazioni annebbiate dall’affetto nei miei confronti. Mi piace scrivere perché provo profonda ammirazione per le persone che compongono la mia vita e non la sento mai pienamente corrisposta - se non, per qualche motivo, quando apprezzano ciò che ho scritto.
Mi piace scrivere perché ho la sensazione di lasciare a chi legge qualcosa di mio, e ne ho bisogno. Perché mi è facile identificarmi allo specchio come un mosaico composto da frammenti di tutte le persone che ho incontrato sul mio cammino, ma quando viceversa guardo queste persone, non riesco a riconoscervi mai le mie tessere. Mi piace scrivere perché non esiste emozione comparabile a sapere che qualcuno percepisca una chiara differenza, per quanto ridotta, tra se stessa prima e se stessa dopo aver letto il mio scritto, indipendentemente che questa differenza consista in una nuova passione, prospettiva, conoscenza o emozione.
Perché quando scrivo, e qualcun altro mi dedica il suo tempo e la sua attenzione nel leggermi, mi sento interessante, importante, amata.
Mi piace scrivere perché la vita è bella. Mi piace scrivere perché m’innamoro di tutto, e come ogni innamorata sento l’impellente bisogno di condividerlo col resto del mondo. Mi piace scrivere perché, in parte per inclinazione e in parte per necessità, mi riesce particolarmente facile perdermi con meraviglia nella bellezza sublime del mondano, e non ho altro modo adeguato di celebrarla.
Mi piace la scrittura come strumento di indagine per mettere a nudo la complessità intrinseca di ogni cosa, perché nella complessità e nella sua bellezza trovo la manifestazione dell’immanenza di Dio. Mi piace scrivere perché mi permette di rivelare l’interconnessione caotica della realtà, il foglio come un muro su cui mappare immagini, concetti, emozioni, e collegarli con fili rossi di parole. Mi piace scrivere anche per mappare la mia, di complessità, per dare forma e struttura a quello che provo, credo, osservo - spesso senza esserne consapevole finché non lo articolo attraverso la scrittura. Perché solo con la penna riesco a districare il groviglio dei miei pensieri per intesserli in una trama sensata.
Mi piace scrivere perché mi piace discutere e argomentare, e la pagina è un’interlocutrice sempre disponibile.
Mi piace scrivere perché amo condividere i miei gusti con estrema minuzia, non con intenti persuasivi, ma per rendere piena giustizia all’intensità dei sentimenti che mi suscita ciò che amo e, con una certa ambiguità, ciò che odio. Se volete un esempio, chiedetemi perché mi piace scrivere.
Mi piace scrivere perché è politico. Perché odio il sistema capitalista, suprematista, patriarcale in cui viviamo e i suoi continui orrori, e quando scrivo a riguardo sento di contribuire, per quanto impercettibilmente, a smantellarlo. Perché non mi sottraggo forme di politica più concrete, più efficaci, più reali, a cui partecipo con zelo e disponibilità, ma non riesco a sentirmi alla loro altezza. Mi piace scrivere perché la scrittura è l’arma che so impugnare meglio, e dunque devo impugnarla.
Mi piace scrivere perché nel mio spirito mi sento, fondamentalmente, un’educatrice, e amo condividere e costruire conoscenza con le mie compagne. Mi piace scrivere perché credo nell’importanza di decostruire costantemente il nostro desiderio e il nostro pensiero per sottrarci al subdolo apparato di cattura del sistema e penso che la scrittura sia uno dei mezzi migliori a questo scopo.
Mi piace scrivere per rivendicare la mia essenza queer e neurodivergente, nella speranza che possa aiutare altre persone a trovare la propria strada.
Mi piace scrivere perché, a dirla tutta, fatico davvero ad avvertire la mia agenzia sul mondo che mi circonda. Perché mi sento uno spettro che aleggia spettatore della propria vita come di quella altrui, che prende forma solo quando qualcuno ne legge le parole.
Mi piace scrivere e non disdegnerei se diventasse la mia fonte di sostentamento. Mi piacerebbe scrivere per vivere, pubblicare articoli, libri, videoessay. Il lavoro dei sogni non esiste, ma esistono modi di trascorrere un terzo della propria vita. Se potessi scegliere, io vorrei trascorrere un terzo della mia vita a scrivere.
Eppure, in considerazione di tutto questo, scrivo pochissimo. Perché al tempo stesso, io detesto scrivere.
Scrivere mi è difficilissimo, perché non è mai solo scrivere.
Perché anche il più imbecille dei mie testi porta con se il peso di una vita di implicazioni personali su chi sono, quanto valgo e dove andrò, e talvolta non ho il coraggio di accettarle.
Mi fa paura espormi attraverso quello che scrivo, affrontare l’insopportabile vulnerabilità che la pubblicazione comporta. Perché non riesco a leggere quello che ho scritto a/con qualcun altro senza provare la più viscerale vergogna, senza avvertire i sintomi del panico, senza sperare che finisca il prima possibile. C’è un rimosso nella mia storia che io non conosco, ma in qualche modo, di fronte alla scrittura, trova modo di riemergere.
Detesto scrivere perché il mio processo di scrittura metastatizza sempre più spesso, sempre più rapidamente in una revisione ossessiva da cui non esiste via di uscita. Perché non riesco a non trasformare subconsciamente ogni testo, contro la mia volontà, in una tela d’Arianna lessicale, dove cambio parole e riordino frasi per giorni per poi rimetterle al loro posto per poi cambiarle e riordinarle di nuovo, in un rinvio eterno. Perché so che piuttosto che imbarcarmi nel trauma della condivisione, sono disposta a tenere ciò che scrivo in ostaggio per tutta la mia vita. L’angoscia nel mio petto cresce inesorabile mentre l’infinita possibilità del foglio bianco viene sostituita dalla concreta imperfezione di quello che sto scrivendo.
Ed è così che i miei progetti naufragano, che ore e ore di lavoro vengono buttate nel dimenticatoio senza mai vedere la luce, che mi passa la voglia di scrivere. È così, di conseguenza, che sto smettendo di scrivere.
E in considerazione della persona che sono e che voglio essere, non è una prospettiva che sono disposta ad accettare.
Per questo voglio un blog, che ho bisogno di un blog. Di un luogo dove poter scrivere e condividere ciò che scrivo nei miei termini, con serenità. Dove dare struttura e seguito ad una passione che reputo così radicata nel mio benessere. Un luogo personale ed informale, lontano dalle modalità riduttive e distruttive di interazione delle grandi piattaforme ma anche dall’impegno e dalla solennità di un libro. Un sandbox letterario, che ben rifletta il motivo per cui scrivo: perché a me piace, e voglio farlo.
Ho bisogno di un luogo dove poter scrivere con leggerezza, senza standard di perfezione o pretese insoddisfabili; dove permettermi di sbagliare, avere torto e imparare; dove mediare la mia risposta traumatica alla pubblicazione per imparare a gestirla e possibilmente mitigarla; dove articolare i pensieri più complessi ed estesi che muoio dalla voglia di condividere, ma non trovano mai il tempo, il modo o le circostanze adatte nella sfera quotidiana.
E in più, penso mi farebbe un gran bene raccogliere la mia arte in una piccola galleria personale, da guadare con un briciolo di orgoglio e un senso di scopo - che da tanto tempo, ormai, tendono a mancarmi.
Non so dire esattamente di cosa scriverò. I temi di mio interesse oscillano freneticamente tra musica, videogiochi, filosofia, genere, cultura di rete, informatica, neurodivergenza, sesso, droga, cucina.
Non so dire esattamente quanto spesso scriverò. Quante volte all’anno riuscirò a produrre 1000 parole coese per strutturare una tesi.
Non so dire esattamente nemmeno quanto a lungo scriverò, se riuscirò mai a superare davvero i miei impedimenti e a dedicarmi quanto vorrei alla scrittura o abbandonerò anche questo progetto immediatamente dopo il primo post.
Però non importa.
Troppe volte ho dedicato mesi, se non anni, alla stesura di piani meticolosi e all’organizzazione condizioni perfette per assecondare i miei desideri, per poi smarrirmi immediatamente al primo tentativo di attualizzarli e lasciare tutta questa programmazione come unicamente fine a se stessa. Questa volta proverò il contrario. Niente piani, niente ambiente controllato, niente previsioni. Solo il caotico, spontaneo assecondare questa mia stupida necessità senza pensare, per una volta. L’importante è che io scriva. Perché ho bisogno di scrivere per apprezzarmi ed esprimermi e condividere e capire e crescere, e un blog è il media perfetto per farlo secondo le mie necessità.
Per quanto mi riguarda, mi trovo perfettamente rappresentata da quel ritornello dei Baustelle: è necessario vivere, bisogna scrivere.
Benvenut3!